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lunedì 3 gennaio 2011
U sfuncionello
La conca d’oro del golfo va dal curvone dell’Addaura fino alla Torre, un promontorio appena sopra il pelo dell’acqua che fa da separé tra la spiaggia ed un altro piccolo golfo scosceso ché si ferma sotto gli strapiombi di Capo Gallo. Come se quelle insenature scogliose ci tenessero a separarsi da quella spiaggia vanitosa, orgogliosa della prorpia aperità.
La conca è come la mano di un cercatore del Klondike che ha trovato un mucchio di polvere d’oro e, tra la polvere, pure una pepita, lo Stabilimento, la costruzione che affonda le sue palafitte nell’acqua bassa e trasparente, circondato di bandiere, vestito di vetrate e di tufi abbaglianti con le porticine verdi degli spogliatoi che ne seguono il perimetro, trionfo del Liberty, ex sede del Charleston che fu il ristorante dei ricchi.
Le ali sulle città
Un giorno il re ordina al ministro di riunire in piazza tutti coloro i quali, nel rego, sono ciechi dalla nascita.
Il ministro esegue ed il re, raggiunta la piazza, comanda alle guardie che venga introdotto un elefante. Invita, quindi, i ciechi ad avvicinarsi e toccare l’animale. A quel punto, il re chiede cos’è un elefante. Il cieco che ha toccato le orecchie afferma che è un ventaglio ruvido e spesso, quello che ha toccato una zampa dice che è una colonna, chi ha toccato le zanne risponde che è una lancia, il cieco che ha toccato la coda spiega che è una cordicella.
In fondo al gruppo di ciechi che circondano l’elefante ce n’è uno che, senza potersene accorgere, è rimasto qualche passo indietro. All’ordine del re di toccare l’elefante si sporge anche lui in avanti, allunga un braccio, apre la mano, brancola un poco e stringe tra le dita un pugno d’aria. Il suo elefante è un sentire qualcosa che manca.
Ogni punto di vista ci consente una lettura delle cose e, contemporaneamente, se non ci preoccupiamo di immaginarne altre, a quella lettura ci inchioda.